Cecilia Metelli

 

ESPOSTIQUADRATI

 

Pittura poesia musica costituiscono le articolazioni di un unico corpo, quello creato da Mauro Manini, Barbara Pinchi e Angelo Benedetti per costruire uno spazio atto ad accogliere la ragion d’essere di ognuno, l’espressione artistica. Il corpo emette suoni musicali, si esprime con parole in poesia, crea suggestioni visive perché i tre artisti hanno scelto questi linguaggi come strumento di ricerca utile a sondare la propria interiorità, con acuta sensibilità. Comunicare al mondo questo sentire è altra cosa dall’esprimerlo soltanto; questo processo può avvenire per vie diverse. Loro hanno scelto la strada, almeno in questa occasione, di aprire all’esperienza interattiva il proprio corredo di esperienze individuali e di sperimentare anche con ardimento la possibilità di avvicinare al proprio il linguaggio dell’altro per tentare in primo luogo un dialogo reciproco da proporre poi al pubblico attraverso un’esperienza multisensoriale.

 

Benedetti Manini e Pinchi sono ognuno nel proprio ambito dotati di curricula di tutto rispetto. Premi concorsi esibizioni importanti raccontano la loro storia, anche in rete, ma mai quanto l’esperienza diretta con l’opera, Espostiquadrati. Il titolo descrive il progetto che prevede l’incastro perfetto tra colore/verso/suono e osservatore (o ascoltatore) esponendo quest’ultimo all’esperienza totale dei sensi e della coscienza. I versi si ispirano alle immagini (Albero, Busto, Paesaggio, Ramo, Rosso, Volto, Cardi), i suoni ai versi, le immagini alla natura. Questa successione potrebbe anche non essere rispettata, e l’ordine mutare a piacimento.

 

Nell’opera congiunta Espostiquadrati le parole di Barbara Pinchi sono attraversate da vibrazioni, suoni distillati, distorsioni, trilli, echi, elaborati nella composizione creata da Angelo Benedetti (chitarra classica/suoni elettronici) ad amplificarne il senso, ad abbatterne il silenzio; l’ascolto è accompagnato dallo sguardo che indugia sulle superfici pittoriche di Mauro Manini. Superfici, dipinte ad olio e acrilico, che ospitano balenanti apparizioni di elementi naturali (un ramo, un fiore, un albero), di architetture spaesanti (villaggi sospesi), di porzioni di figure umane (donne), ma anche di forme che arrivano a sfiorare il non figurativo, per la concitazione del segno che si lascia guidare dal gesto ripetuto con energia e consapevole controllo. Il colore aggalla, crea bagliori, come in visioni familiari a pitture della stagione informale, si arrende sull’orlo di avvallamenti estranianti, precipita nel vuoto e poi riemerge in moltitudini di filamenti che compongono cardi o altre forme di fiori quasi irriconoscibili, quasi astratte. L’energia che guida l’artista sembra nascere dal basso della tela ed espandersi verso l’alto, sia che ad essere ritratto sia un corpo di donna, sia un paesaggio o elementi della natura. Essi possono essere percorsi da pennellate e incisioni graffianti o da colpi di spatola, con una tensione che quando si arresta lascia tracce in colature di colore. Tonalità appartenenti alle diverse stagioni pervadono le composizioni, con una predilezione per quelle invernali anche quando spighe di grano costituiscono il tema prescelto.

 

Le immagini si ispirano ai versi, i versi alla musica, la musica alla natura, e così via senza soluzione di continuità.

 

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